DASEIN - di Luca Pietrosanti -

"La parola è la moneta del poeta con cui sconta la vita."

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giovedì, 08 settembre 2005

Il superfluo è uno spazio vuoto da riempire...

Postato da: Nanaqui a 15:51 | link | commenti (2) |
prose e altro

lunedì, 13 settembre 2004
SUL POETA, SULLE PAROLE, SULLA POESIA - PARTE II

Quanto può valere mai la mia poesia… che scopo ha arrovellarsi nelle fiamme d’un verso, nell’accostamento delle parole, nella ricerca di una rima o della musica di una frase? Che senso può avere cercare di dire qualcosa avvolgendolo dentro delle forme dai tratti spigolosi, cercando di smussarle con metafore, allitterazioni, o risolverle con delle esclamazioni.

A quanto serve la fatica di una parola strappata dalle viscere più profonde e contorte dell’essere?

Che cosa cerco? Che cosa ottengo? Cosa risolvo?

Ho forse la chiave di lettura delle cose?

Posso pretendere di racchiudere tutta la realtà e anche la non realtà dentro l’affollato verso?

Non è questo il punto!

Per il poeta tutte le parole hanno un peso e questo peso deve essere bilanciato con l’emozione, la visione, la situazione che l’ha generato.

Il poeta è un gran risparmiatore!

Non sa quante parole ha ancora a disposizione

e non conosce la capacità del suo contenitore

Sa soltanto che una volta fuori la parola non tornerà più, o, almeno, tornerà in maniera diversa.

La parola è la moneta del poeta con cui sconta la vita.

E’ utile prima di tutto a lui, perché è con quella parola, con quel verso, che blocca quel preciso momento.

Le parole del poeta sono i gradini percorsi, i mattoni segnati dai suoi passi.

Sono l’atto con cui egli dice “Son stato!”.

Se leggi poche righe del più basso, del più stolto, del più infimo dei poeti, leggi la sua vita trasfigurata nelle parole e nei versi ch’egli ha saputo con fatica tirar fuori.

Postato da: Nanaqui a 08:19 | link | commenti |
prose e altro

SUL POETA, SULLE PAROLE, SULLA POESIA - PARTE I

Il poeta scioglie le parole, modellando le forme, le emozioni, i sentimenti. Per quanto astratte, assurde, irreali possano essere il poeta sa che una volta gettate le parole partono per il loro viaggio, sotto i venti impetuosi dell’incomprensione, del fraintendimento, dell’indifferenza, della ragione… e sempre mutano, si fermano, colpiscono, feriscono, sfiorano, si cristallizzano, e di nuovo ripartono. il poeta è solo la canna che drena l’acqua dalla fonte e la conduce nel mare dell’eterno divenire. Il poeta è il sentiero sul quale le parole camminano, è la strada battuta e percossa dal peso delle parole che cambiano ancor prima d’essere fuori di lui. i frutti non sono per lui ma per chi sa accoglierli e farsi sentiero… e loro, le parole, cambiano ancora… e ancora…

Esse sono sempre vive, proprio perché nessuno può afferrarle veramente. La metamorforsi dell’oggetto è ciò che lo rende irragiungibile e per questo sempre ricercato…

la parola, è poesia, quando non si lascia afferrare, ma si lascia vivere…

Postato da: Nanaqui a 08:17 | link | commenti (1) |
prose e altro

ECHI POMERIDIANI DI UN GIORNO D'ESTATE

L’orizzonte è così basso da qui e la prospettiva inganna la grandezza del posto.

Distinguo, senza sfumature, il blu dell’acqua e la sabbia, con quel marrone bruciato dal sole. Il vento soffia dalla spalla e il mare s’increspa verso sinistra, corre verso il promontorio che intravedo lontano (quasi un acquarello sfumato), e sembra scansare gli uomini, le donne, i bambini che si lavano nel suo ventre; anch’io faccio lo stesso e spingo verso la stessa direzione tutte le forme che appesantiscono la vista.

Non c’è un gran caldo, si sta bene, d’altronde sono al tardo pomeriggio e avverto quasi l’incalzare del crepuscolo assetato. Ho sete, ma l’arsura non è solo nella mia bocca, la sento su tutta la pelle.

Della gente che affolla questo lembo di sabbia conservo solo due bambini dietro di me, fratello e sorella credo. Silenziosi, di tanto in tanto dicono qualche parola: è francese.

La bambina canta anche, con la piccola voce, quasi un sussurro; e gioca con la sabbia: l’ammucchia, la raccoglie con la mano e la lascia ricadere, curiosa dell’effetto che il vento ha sui granelli. Ricordo che lo facevo anch’io, bambino, anzi, lo faccio tuttora, di tanto in tanto.

Ho letto un libro, poco fa, non molte pagine per la verità, ma lo finirò presto. Un bel bagno, ecco quello che ci vuole! Ma lo voglio?

Ora la bambina è rimasta sola e gioca con i piedi; ha un cappellino rosa in testa; ha dei bei capelli biondi. Mossi. Diventerà una bella donna un giorno.

È tornata a giocare come prima; dice qualche parola che non potrei mai capire (a patto di sapere il francese) il cui suono però ha un grande valore per me (nonché piacevole). La osservo con interesse, come si osservano le cose mai viste.

Stanotte c’era luna piena. È passata un’altra marea.

Qui la luna ha un colore diverso: non è pallida ma di un bel giallo vivo.

Qui la luna fa l’amore con la terra; è il caldo dell’amplesso che n’esala a renderla così. E alcune notti è rossa o rosso-arancio: e lì, allora, è bellissima. È la terra a godere e lei ne specchia gli effluvi e se ne agghinda per farsi ancora più bella.

Era di quel colore intenso proprio la notte in cui la vidi per la prima volta, voglio dire, quando decisi di vederla veramente. Era morto Dio quel giorno.

Anche stanotte ci sarà luna piena…

 

Postato da: Nanaqui a 08:15 | link | commenti |
prose e altro

sabato, 11 settembre 2004
IL PIANTO IN VERSI

Il 6 settembre 2004 alle 14.30 ho preso il treno per tornare a Padova dopo una estate mai troppo goduta. A dire il vero non ricordo più la mia ultima estate: sì che la ricordo, quella del ’96, ma il fatto di non ricordala per sforzo è solo per non sentirla così lontana.

Ricordo che, appena preso il treno dal mio paese (Nettuno) per Roma, ho iniziato a scrivere alcuni versi: il treno era fermo nella stazione di Aprilia. Pensavo a mio cugino che, a sessanta chilometri di distanza, agonizzava in un letto asettico di ospedale. Il cancro l’aveva preso, mangiato e ora lo stava sputando dopo solo 45 giorni di agonia.

Non avevo speranze che si salvasse, ma speravo che vivesse almeno il tempo sufficiente per farmi tornare giù a Roma e dargli quello che stavo lentamente abbozzando.

Mi immaginavo che l’avrebbe letto, seppur con fatica, e avrebbe avuto il miglior saluto che avessi potuto fargli. Era il mio modo per dirgli che gli volevo bene dopo tutto e che, a differenza di quanto potesse sembrare, la sua vita sarebbe rimasta impressa in me per sempre.

Era passato circa un quarto d’ora dalla mia partenza e tra correzioni varie, avevo completato i miei versi: non erano tra i migliori versi che avessi scritto fino a quel momento, ma erano comunque piuttosto belli, almeno per il valore cui loro assegnavo.

Ero sereno, e intrapresi il viaggio da Roma a Padova con tranquillità, come qualunque altro viaggio.

Ricordo che, arrivato a Padova, mi sentivo ovattato nei sensi e nei pensieri, e respiravo un’atmosfera asettica, distante, chiusa al contatto.

Arrivato a casa chiamai mia madre per sapere di mio cugino: seccamente, come lei solo sa fare, mi disse che era morto. Le chiesi quando fosse accaduto e lei sullo stesso tono mi disse: “Un quarto d’ora dopo la tua partenza da Nettuno”

rimasi muto e attaccai il telefono. Guardai il fornello del gas e iniziai a piangere.

Non molte lacrime per la verità, a me non piace sentire bagnato il volto, mi sembra di far uscire le emozioni più intime e di perderle per sempre.

E poi le mie lacrime le avevo già inconsapevolmente versate. Erano finite lì su quel pezzo di carta ed erano mutate in versi.

Ero fiero di sapere che l’ultimo pensiero mio cugino l’aveva ricevuto da me, a sessanta chilometri di distanza, e per di più inconsapevole della sua morte.

Alle 14.45 circa del 6 settembre 2004 mio cugino si spegneva nel letto di un ospedale; alla stessa ora la mia penna si alzava dal foglio di carta e io rileggevo queste righe:

Quando il pianto

è un muto addio

Quando della notte

conti le ore

e lo strazio

delle luci nuove

Quando tutto l’amore

che avresti dato

è chiuso in un sorriso

strappato al dolore

Quando il viaggio

più bello

è nel buio

di una stanza

Quando una mano

afferra a sé

una perduta

appartenenza

Quando, dietro

tutto arrossisce

di fronte ad un

lungo respiro

Quando la nuda pelle

è l’abito migliore

e il sipario ha il passo

di un tocco e un fiato

Quando il vuoto e il pieno

sono insieme

Ora e qui:

“La morte io la vedo

scolpita soltanto

su quelli che restano”.

Postato da: Nanaqui a 14:38 | link | commenti (2) |
prose e altro