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Non avrei mai un giorno pensato
di stare seduto con gli occhi a guardare
quest'epico estetico annegar del millennio.
Lì vedo che vanno piano piano verso
il blu più nero lontano dal sole
lontano - da soli -
L'era del feticcio si perderà il tacco
prima o poi e il poi sarà prima del previsto.
Presto avremo abbastanza forza
e ancor più follia da uccidere
quest'aborto di democrazia
delle facce da culo iniettate
nell'etere per avvelenarci
l'indipendenza del pensiero.
Un vaffanculo all'inferno per chi
si prende le nostre parole più belle
e ne fa fondamenta per la sua casa.
E non chiedo scusa!
Perso nelle insenature
mani bianche e peli
sull'addome di una barca
in secca, poi - più in là - il mare
Fuggiaschi agli occhi
degli amici o ai volti sconosciuti
noi traghettavamo l'un dell'altro
il sesso e i desideri.
Così sacra la mia bocca
così sacro anche il tuo ventre
nell'accogliere quell'uomo
io da madre, tu d'amante,
poi ci ritrovammo nudi
e gli abiti perdevano
i colori dentro quel blu-nero
tinta delle prime ore.
Provati dalla notte
camminammo a stento:
lui, da lontano un profeta,
noi a guardare delle gesta
la purezza che aveva - sì -
voluto per dare un senso
nuovo alla logorante
stasi del paese.
E ti sentii mia-non-mia,
fecondata sterilmente
e trasalì quel desiderio
d'umana appartenenza
che andò a confondersi
al ritmo cadenzato dei passi.
E quel che soltanto rimase
fu una piuma di gabbiano
che le tue mani strapparono
alla sabbia.
Mi fa schifo l'ottusa professionalità
di un professionista che dice di esserlo,
anche se l'impianto dell'esperienza
confermerebbe quanto asserisce.
E' come dire: io sono "storia", per cui vera,
tu non ne hai o se l'hai è meno vera della mia!
Vagli a dire Tu della morte, dell'amore
dell'arte che t'ha trafitto. Delle notti insonni
all'addiaccio a cantar le cose mute.
Dei sorrisi e dei conforti, degli inganni
Dei versi, delle canzoni, dei talami,
di lei e di lui e del Dasein che tutti siamo.
ad ognuno la sua parte, nell'equilibrio
che ci eleva oltre l'invidia degli angeli!
V'ho preso piccoli miei per mano
giocando con le vostre fresche dita:
vi volevo plasmare nell'amore
dei limpidi vent'anni che nascondono
d'essere eterni la folle speranza.
Ho accolto, grandi mani, con l'abbraccio
Le lunghezze che ci separavano:
e tra di noi la distanza era un fiato.
Mesto implorerò un settembre infranto
sulle rive che ho rinchiuso nel canto
cinto démodé dei versi tuoi Erato.