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V'ho preso piccoli miei per mano
giocando con le vostre fresche dita:
vi volevo plasmare nell'amore
dei limpidi vent'anni che nascondono
d'essere eterni la folle speranza.
Ho accolto, grandi mani, con l'abbraccio
Le lunghezze che ci separavano:
e tra di noi la distanza era un fiato.
Mesto implorerò un settembre infranto
sulle rive che ho rinchiuso nel canto
cinto démodé dei versi tuoi Erato.
Per quanto effimera possa la gioia
tra noi due scesa, posare le vesti
sui nostri sepolcrali occhi incerti
e sfumare i contorni dell'affetto
che di muse in queste lune ci nutre;
per quanto, dal groviglio che lasciò
il nostro archetipo di Dio in Terra
cosparso nella carne di chi amiamo,
solo due rivoli sono fuggiti
su cui funamboli ci improvvisiamo;
non riesco a non pensarci vagabondi
col fare nostro a colmare le vie
di oli, di verbi e carezze d'amanti:
perché non siamo noi l'uno per l'altra
ma l'uno per l'altra siamo per l'arte.
E resteranno tiepide quelle ore;
E rimarrà il sapore delle more.